Il robot non è solo un simbolo dell’innovazione, ma ne può essere anche un paradigma. Infatti se un robot nelle sue funzioni più elementari può essere visto come uno strumento che aiuta l’uomo, sostituendolo in operazioni complesse e faticose e spesso impossibili agli uomini, tanto più esso assomiglia all’uomo esso diventa inquietante e suscita sentimenti di repulsione e pericolosità Esso diventa un altro da sé che in prospettiva è destinato a soppiantarci.
L’articolo di Roberto Casati Robottino tu mi turbi apparso su Il Sole 24 Ore del 16 luglio, illustra le ragioni cognitive del come al crescere della somiglianza con gli esseri umani, gli androidi anziché sembrarci famigliari ci inquietano e ci fanno precipitare nella “valle del perturbante”.
Quello che mi sembra sfuggire all’analisi di Casati è il perturbamento di fronte alla “possibile” perfezione dell’artificiale. Se il nostro simile è troppo perfetto, non può che inquietarci, infatti prima o poi ci soppianterà. E questo sarà tanto perturbante se il proprio simile è un dissimile che si può riprodurre indefinitamente.
Esemplare è la diffidenza che si riscontra sul tema della manipolazione genetica, come nel caso di Habermas e il suo libro “Il futuro della natura umana: i rischi di una genetica liberale” (Vedi in rassegna stampa Febbraio 2003)